Rompi il silenzio c’è. Il Centro Antiviolenza di Rimini continua la sua battaglia accanto alle donne contro la violenza di genere.

Corriere di Romagna – lettere al direttore
(Rimini, 10 ottobre 2010)

Perché parlare oggi di violenza contro le donne? Non è il 25 novembre, giorno internazionale della lotta alla violenza di genere, e non è neppure l’8 marzo.

E’un giorno normale. Un giorno di una settimana qualsiasi di un mese qualsiasi. Ma noi volontarie di Rompi il Silenzio (e questo vale per tutte le altre associazioni e servizi che combattono la violenza contro le donne) non lavoriamo solo l’8 marzo o il 25 novembre. Lavoriamo tutti i giorni, tra mille difficoltà. Incontriamo le donne che subiscono violenza nella nostra provincia, e osserviamo che il loro numero cresce sempre, e che la condizione in cui tutte ci troviamo a vivere è sempre più difficile.

E allora nasce il desiderio, di più, l’urgenza, di esserci, di essere visibili, anche in un giorno come tutti, in una settimana come tutte. Che poi è la settimana che ha visto morire Begum, lapidata da suo marito perché si opponeva a che sua figlia fosse costretta a sposarsi senza amore; ed è la settimana in cui il cadavere di Sara, 15 anni, è stato trovato abbandonato dentro un pozzo. Suo zio ha confessato. Gli inquirenti sostengono che è stata uccisa perché aveva intenzione di rivelare le molestie subìte al resto della famiglia.

E una settimana o due prima, cos’era successo? Era morta a Portici Teresa, crivellata di colpi per aver denunciato il molestatore della sua bambina,prima lasciata sola in mezzo al nulla dei diritti negati,e poi celebrata come una martire. A Rimini l’aveva seguita dopo poco Monica, accoltellata prima e trapassata da una freccia poi, come un animale raggiunto dal cacciatore. Per non parlare delle altre, donne comuni,magari schiave, o prostitute bambine, che non avranno certo l’onore delle prime pagine.

Ormai non passa un giorno. E’ un’epidemia. Solo che è un’epidemia di femminicidi. E mai come ora la violenza contro le donne è anche nelle parole.

Di alcuni media e della politica, che si scagliano contro l'”Islam fondamentalista” quando ad essere uccisa è una Begum, con tanto di strumentalizzazioni e richieste di leggi speciali, mentre quando ad essere uccisa è una Monica o una Sara, e ad uccidere è uno zio, un padre o un marito che non si inginocchia verso la Mecca, parlano con aria compunta di “tragedia della follia”, di “dramma familiare”.

La stessa politica (con la p microscopica, più che minuscola) che pretenderebbe di far passare come “modernità” la vetusta pratica di utilizzare il proprio corpo per far carriera e le donne che vi si oppongono come “antiquate”; gli stessi media che ci restituiscono ogni giorno donne nude e semi(svestite), intere e a pezzi, in filmati, manifesti e spot pubblicitari che ormai non alludono neppure più, semmai apertamente dichiarano.

I Centri Antiviolenza come il nostro credono nella forza delle parole, nello scambio di energia che creano, nel circuito virtuoso di azioni e reazioni che mettono in moto. Noi tutte crediamo che sia importante.